Abbiamo incontrato il prof. Salvatore Futia,
autore di un'interessante studio sulle O.M.C.,
"ANNO 1933 XII - LO SCANDALO DELLE OFFICINE
MECCANICHE CALABRESI"...
Lo abbiamo incontrato poche ore fa, e proprio in questi giorni,
ci comunica, di star lavorando alla riedizione di quel lavoro, alla luce di nuovi ed
inediti documenti, di cui solo ultimamente ci dice esser venuto in possesso.
La chiaccherata si rivela ben presto affascinante, ed in crescente. Ci dice della
curiosità che lo ha spinto alla ricerca di queste memorie perdute, dei suo impegno
futuro, ancora in tal senso, del suo interesse per il passato che non dovrebbe esser mai
dimenticato: "Le società che non hanno memoria storica sono incapaci, o hanno difficoltà,
di costruire il proprio futuro...".
Ci spiega il suo perchè quella grande industria che non piaceva al Nord: "Fu in quegli anni
che si andò accentuando il binomio Nord-Sud, quella spaccatura tra un'Italia
industrialmente sviluppata ed un Sud serbatoio di manodopera e area di attività
agricole di tipo tradizionale ed estensivo...". Quello che si stava avverando, con
la crescita delle O.M.C., non era, in effetti, in sintonia con le più elementari,
e crudeli, leggi di mercato, quelle di una divisione territoriale in aree diversamente
sviluppate, e per un più opportunistico utilizzo della manodopera necessaria, e per
lo stesso piazzamento dei prodotti. E con ciò, ci puntualizza, non si vuole
necessariamente parlare di congiura.... certo la situazione, così come si stava
delineando, non faceva comodo ai detentori di potere e capitale in Italia,
univocamente geograficamente identificabili.
Parliamo, quindi, d'iniziativa imprenditoriale, e di tradizionale debolezza, in
tal direzione, della nostra terra. Il professor Futia, a tal proposito, trova
cause in fattori culturali: "Qui da noi, nonostante la modernità apparente, non
è stata superata la fase agrario-feudale.. non si è, praticamente ancora avuta
"la rivoluzione borghese", cosa che ha lasciato intatta la contrapposizione in
due classi, una presunta classe dirigente, dagli atteggiamenti della vecchia
aristocrazia, composta da una borghesia di carattere più impiegatizio che
imprenditoriale, e i ceti popolari. In tutti la fondamentale aspirazione è di
essere incorporati, cooptati, nella cosiddetta aristocrazia sociale, che non
invece di avere coscienza autonoma della propria consistenza e forza. Una situazione
preindustriale insomma, antesettecentesca, al di là di alcuni aspetti esteriori,
con l'aggravante, però, di un marcato sviluppo di attività terziarie, con conseguente
nascita di un ceto medio imponentissimo, di carattere conservatore. Massima aspirazione,
in questi, invece, è la scalata verso gradi più alti, nella gerarchia degli apparati in
cui si lavora, senza, nel contempo, trovare corrispondenza in più impegnative mansioni
da svolgere.
Ricapitolando, quindi, troviamo, ancor oggi, uno schema preindustriale, con un'
"aristocrazia" terriera o professionista, un ceto medio elefantiaco - aspirante alla
cooptazione nei precedenti - e dei ceti popolari, emarginati culturalmente ed
economicamente.
"Dove esistono questi schemi finisce per mancare la dialettica politica, quella
culturale, ogni ceto sociale vede come nemico l'altro." Conclusione che qui da noi,
non c'è stato, e non vi può essere, alcuno sviluppo economico, perchè mancanti le
relazioni sociali, indispensabili per quel flusso d'idee che crea la modernità,
crea l'economia e crea lo sviluppo.
"C'è, in vero, un egoismo che trova giustificazione e spiegazione in quello
schema a cui ho accennato, proprio delle antiche società agricolo-feudali"
Proseguendo nella nostra chiaccherata, chiediamo al professore quali possibilità
di sviluppo egli vede per l'estrema punta della penisola. Si rivela, al riguardo,
decisamente pessimista. Ci parla di un insieme di fattori, fattori repulsivi,
quali la criminalità, la disfunzione degli enti locali, degli apparati pubblici
in generale; a questo si aggiunge, decisivo, il fattore culturale, di una mentalità
viziata dall'attrazione per le attività di tipo terziario impiegatizio: "Diciamocelo
chiaramente, la nostra aspirazione è quella di sederci dietro una scrivana,
con un posto sicuro a un milione e mezzo al mese, per poi arrotondare, magari,
con un secondo lavoro. Siamo alla costante ricerca del lavoro di copertura, di
sicurezza... " precisa; " ...eppure - continua - ci sarebbero tanti lavori
dignitosi, dall'assistenza, ad interventi sul turismo, con eventuali sviluppi
di attività culturali."
E', forse, proprio il problema culturale, il più decisivo, in questa stasi che
caratterizza la società meridionale, un handicap che solo la scuola, i mass-media,
hanno il potere di rimuovere, favorendo la nascita di quei requisiti mentali-culturali,
necessari per lo sviluppo, e fornendo, al contempo, gli strumenti per l'individuazione
delle possibili aree di sviluppo endogeno. "Noi - precisa - non possiamo pensare
d'inventare, di punto in bianco, industrie o situazioni non nostre, che non rientrano
nelle nostre tradizioni, e nelle nostre potenzialità. Occorre, per questo, studiare
e considerare quello che per vari motivi ci risulta più congeniale, analizzare il
nostro territorio, in direzione di una proiezione nazionale ed internazionale. Occorre,
soprattutto ammodernare la nostra mentalità."
Ma questo potrebbe bastare? Ci risponde negativamente, sostenendo che lo sviluppo non
è automatico. Rileva di come la Calabria, dopo le colonie greche, non abbia più
partecipato alla creazione della cultura nazionale. "E' da 2.000 anni che viviamo,
ormai, di riflesso. Siamo, d'allora, una pura colonia culturale, d'Italia e
d'Europa...". Occorre però iniziare: qualsiasi sviluppo, non potrà che partire
dalla costituzione di quei prerequisiti, a cui aveva già accennato.
Concludiamo, domandando i benefici del ritornare su una storia quale quella
delle O.M.C.
Ci risponde che serve a capire il nostro presente, e, soprattutto, conducendo
a non ripetere gli stessi errori, a migliorarlo.
(da FORTE FORTISSIMO, febbraio 1996)
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