LOCRI EPIZEFIRI è una delle polis greche in
Occidente di cui sono meglio note le vicende relative alla
fondazione (avvenuta nel 680 a.C.). Alle notizie tramandate dalle
fonti letterarie antiche (in particolare Strabone, Dionisio
d'Alicarnasso, Dionisio il Periegeta e Polibio) si affiancano
infatti i dati archeologici sia sugli insediamenti indigeni,
sia su quelli coloniali.
Ciò è stato possibile grazie ad una fortunata circostanza
che ha voluto l'insediamento urbano della moderna Locri non sovrapposto
a quello antico (ma ubicato 3 chilometri più a nord), consentendo
così l'opera di scavo anche su vaste aree.
Locri epizefiri fu una delle più fiorenti città della Magna
Grecia tanto da essere chiamata da Platone "Fiore
dell'Italia per nobiltà, per ricchezza e gloria delle sue genti".
Presso gli antichi, infatti, era considerata Flos Italiae e
lo stesso Comune di Portigliola (entro il quale ricadono i
reperti di tale colonia, che disponeva di un porto interno,
ricavato artificialmente), deriverebbe etimologicamente da Porti-Aiola
ossia l'Aiola del Porto.
Polibio afferma che a Locri Epizefiri la nobiltà traeva la
sua origine dalla linea femminile, invece che maschile.
Alcuni studiosi moderni hanno addirittura ipotizzato
l'esistenza a Locri di una forma di matriarcato, opinione che
appare peraltro insostenibile poiché un ruolo particolare
delle donne è dimostrabile solo per la prima generazione di
coloni.
Rimane invece confermato il prestigio sociale della donna a
Locri, sia per significative funzioni culturali a lei
attribuite, sia per capacità giuridica di essere titolari
dei patrimoni famigliari, assicurandone la compattezza e la
continuità ereditaria anche in caso di scomparsa degli
uomini della famiglia (ad esempio per vicende belliche). Si tratta peraltro
di prerogative consuete in comunità greche di stirpe dorica, caratterizzate
da strutture sociali di impronta aristocratica, conservativa
e guerresca.
Dalla madrepatria derivarono a Locri Epizefiri anche altre
strutture sociali come la ripartizione dei cittadini in tre
tribù, secondo l'uso dorico, o istituzioni politiche come
l'assemblea dei Mille comprendente probabilmente
tutti i cittadini con pieni diritti politici.
Nel corso del VII sec. a.C. presumibili tensioni sociali
legate alla crescita demografica spinsero l'aristocrazia
locrese a cercare nuovi spazi agricoli sul versante
tirrenico. Gruppi di popolazione andarono così a fondare
subcolonie a Medma (oggi Rosarno) presso la foce del fiume
Mesima, nel cuore di una fertilissima area pianeggiante, e a Hipponion
(oggi Vibo Valentia), all'estremità settentrionale dell'altipiano
del Poro, adatto sia a colture cerealicole che all'allevamento.
Le due città, sorte probabilmente intorno alla fine del VII
sec. a.C., mostrano una assoluta omogeneità culturale con
Locri Epizefiri. Probabilmente nel corso del VI sec. a.C.
entrò nell'orbita locrese anche la vicina Metauros (oggi
Gioia Tauro), piccolo centro costituito fin dall'inizio del
VII sec. a.C. da coloni calcidesi di Zancle (Messina).
Nel corso del VI sec. a.C. tra le colonie della Magna Grecia sorsero gravissimi contrasti,
originati sia dal reciproco espandersi territoriale, sia da
ragioni politiche ed etniche, che sfociarono nell' eliminazione militare
e politica di Siris e di Sibari.
Rientra in questo quadro lo scontro di Locri Epizefiri con
Crotone, conclusosi, probabilmente verso la metà del VI sec.
a.C., con l'inattesa e clamorosa vittoria locrese nella
battaglia della Sagra (ora Allaro). Le fonti antiche narrano
che in questa occasione 10.000 Locresi sbaragliarono 130.000
Crotoniati e che durante la battaglia Zeus sotto forma di
aquila rotaesse sui Locresi, mentre i Dioscuri, i figli di
Zeus, fossero apparsi a cavallo a incitare i combattenti, galoppando
fra le truppe locresi dove più grave era il pericolo.
I confini sullo Jonio erano segnati a Nord dal fiume Sagra, e
a Sud dal fiume Alex (ora Amendolea), che costituiva il
confine con Reggio. Successivamente alla battaglia della
Sagra, a seguito di contrasti ripetuti, si sciolse l'alleanza
che intercorreva fra la città dello stretto e Locri.
Particolarmente grave fù nel 477 a.C. l'attacco dei Reggini guidati
da Leofrone, figlio del tiranno Anassila, sventato grazie all'intervento
di Ierone, tiranno di Siracusa. Si consolidò così, e divenne tradizionale,
l'alleanza tra Locri Epizefiri e Siracusa, in funzione
antireggina. Circa cinquant'anni dopo l'episodio ora citato i Locresi
aiutarono i Siracusani contro Reggio, che appoggiava le operazioni
militari ateniesi in Occidente, durante la prima fase della guerra
del Peloponneso.
L'alleanza con Siracusa venne rafforzata dal tiranno Dionisio
I: pochi anni dopo aver preso il potere a Siracusa questi
cercò alleanza prima con Reggio, che rifiutò, e poi con
Locri Epizefiri. Il patto fu sancito nel 398 a.C. dal
matrimonio tra Dionisio I e la figlia di una delle più illustri
famiglie dell'aristocrazia locrese.
Diventata il pilastro della politica dionigiana in Italia
meridionale Locri Epizefiri si avvantagiò, in termini di
territorio, delle conquiste operate da Dionisio I (Caulonia, Medma,
Hipponion), esercitando, se non un dominio diretto,
l'egemonia sull'area a Sud dell'istmo calabrese, mentre a
Nord aumentava la pressione delle popolazioni italiche (Lucani
e Brettii).
Il figlio e successore, Dionisio II, cacciato da Siracusa nel
356 a.C., riparò a Locri, come erede di un'illustre casata
locale. Assunto il potere, dopo qualche anno dovette
esercitare un politica ostile all'aristocrazia, anche per
finanziare i suoi tentativi di ritorno a Siracusa. Gli abusi
di Dionisio II suscitarono una reazione violentissima: in sua
assenza gli fù massacrata crudelmente la famiglia e l'insurrezione
portò alla sostituzione delle tradizionali istituzioni aristocratiche
con ordinamenti democratici.
Le tabelle bronzee iscritte dell'archivio del santuario di
Zeus Olimpio documentano che la città venne allora retta da
un Consiglio più ristretto (detto Bolà) e dall'assemblea di
tutti i cittadini (Damos); i membri di alcune magistrature
collegiali (Hieromnamones, Proboloi Proarchontes, Prodikoi)
erano nominati annualmente (per elezione? per sorteggio?) tra
gli appartenenti alle tre tribù e alle trentasei fratrie in
cui, fin dall'età arcaica, erano suddivisi i cittadini.
Le istituzioni rigidamente aristocratiche di Locri arcaica si collegano alla legislazione
attribuita a Zaleuco. Nel codice di Zaleuco vi erano norme
basate sulla legge del taglione, che possono
sembrare oggi troppo rigide, quasi feroci, ma che all'epoca
rapresentavano un progresso di civiltà e umanità, perché commisurando
rigidamente le pene ai diversi reati commessi si evitava la precedente
consuetudine delle limitate vendette famigliari.
Molto probabilmente connessa all'introduzione della
democrazia fù la coniazione di moneta che iniziò a Locri
Epizefiri solo intorno alla metà del IV sec. a.C., quasi due
secoli dopo le altre polis magnogreche: l'avvio di una
economia monetaria rispose verosimilmente al maggior ruolo
sociale dei ceti commerciali e artigianali.
Pure la costruzione del teatro, forse utilizzato anche per le
riunioni dell'assemblea popolare, è connessa, secondo alcune
ipotesi, alle nuove esigenze politiche degli ordinamenti
democratici.
Il periodo compreso tra la metà del IV e i primi decenni del
III sec. a.C. fù di notevole prosperità economica per Locri
Epizefiri. L'abitato conobbe il suo massimo sviluppo e un
intenso utilizzo produttivo anche nelle aree periferiche, come
quella scavata in contrada Centocamere. Il periodo del
governo democratico fu tuttavia segnato dalle difficoltà di
fronteggiare l'avanzata dei Brettii, la cui pressione fù
contenuta grazie a episodi bellici favorevoli a cui allude
anche la poetessa locrese Nosside.
La tradizionale alleanza con Siracusa dovette essere
rinsaldata in questo periodo se Locri fù, come pare
verosimile, la base delle operazioni militari del tiranno Agatocle
in Italia meridionale.
Ormai politicamente debole, alla caduta dell'effimero impero agatocleo
Locri Epizefiri dovette ricorrere alla protezione della forza emergente
di Roma per riuscire a contrastare la spinta brettia.
L'emissione locrese di una moneta raffigurante la
personificazione di Pistis (la dea della fedeltà) che
incorona la figura di Roma, databile intorno al 285-280 a.C.,
è il segno dell'avvenuta alleanza.
Poco dopo però Locri Epizefiri si schierò contro Roma
alleandosi a Pirro, re dell'Epiro, venuto in Italia in
appoggio ai Tarantini. Secondo Alfonso de Franciscis sarebbe
proprio Pirro il basileus (=re) al quale per sei anni furono
versate contribuzioni documentate nelle tabelle dell'archivio
del santuario di Zeus Olimpio.
Con il ritorno in Grecia del re epirota tutte le città della
Magna Grecia furono sottomesse a Roma e Locri Epizefiri
dovette fornire navi durante la prima guerra punica (264-241
a.C.).
Un nuovo tentativo di ribellione a Roma fu compiuto durante
la seconda guerra punica (218-201 a.C.) quando, dopo la
sconfitta dei Romani a Canne, quasi tutti i centri della
Magna Grecia passarono ai Cartaginesi. La riscossa militare
di Roma portò gravissime distruzioni in tutta l'Italia
meridionale.
Scipione nel 205 a.C. riconquistò Locri Epizefiri, dove il
suo luogotenente Quinto Pleminio procedette a repressioni e depredazioni,
addirittura nell'antico e celebre santuario di Persefone, poi
sconfessate e parzialmente risarcite dal Senato romano a cui
si erano appelati i Locresi.
Le vicende del III sec. a.C. e gli esiti della guerra
annibalica causarono anche a Locri Epizefiri una crisi
gravissima da cui la città non si riprese mai completamente. Molte
parti dell'abitato nel II sec. a.C. vennero abbandonate e per
ovviare al tracollo demografico cominciò l'immigrazione di
nuovi coloni dall'Italia centrale. Lo storico greco Polibio
nel II sec. a.C. visitò Locri e raccolse dagli abitanti diverse tradizioni
sulla storia e le strutture sociali della polis, proprio mentre
esse declinavano.
Si conoscono iscrizioni del II e I sec. a.C. redatte in
lingua e caratteri greci che ricordano personaggi romani di
rango elevato o magistrati amministrativi della città che,
dopo la guerra sociale (89 a.C.), venne riorganizzata nella
forma istituzionale del Municipium romano.
In età imperiale la lingua greca cadde in disuso e le
iscrizioni giunte a noi furono redatte tutte in lingua e
caratteri latini. Locri era ormai un centro di importanza unicamente
locale, assai ridotto rispetto all'età greca sia per
popolazione che per estensione dell'abitato, ma con una vita
associativa di livello significativo, a giudicare dai ripetuti
lavori di trasformazione e adattamento del teatro greco alle mutate
esigenze degli spettacoli in vigore in età romana.
Il territorio locrese fù caratterizzato in età imperiale
dalla diffusione di numerosi insediamenti agricoli del tipo
delle villae al centro di numerose proprietà terriere di notevole
floridezza, di cui è segno l'aspetto monumentale di alcune
di esse, come il Naniglio di Gioiosa Jonica e Palazzi di
Casignana.
La precoce diffusione del cristianesimo è indicata dalla
creazione della diocesi nel 330. Le complesse fasi che videro
l'estremo declino dell'Impero Romano d'Occidente, tra
incursioni di Visigoti e Vandali e le dominazioni ostrogota e bizantina,
comportarono in Calabria una progressiva crisi del sistema
economico e produttivo, una riduzione o una perdita di
funzione soprattutto dei centri minori e di molte villae.
Il tracollo finale degli insediamenti lungo le coste dello
Jonio si verificò tra VII e VIII secolo, quando alle
difficoltà ambientali (prima fra tutte il diffondersi della malaria
per il venir meno delle opere di regolazione dei corsi
d'acqua) si aggiunsero le incursioni arabe che partivano
dalle basi via via conquistate dall'Islam nell'Africa settentrionale
(presa di Cartagine nel 698).
L'insicurezza delle fascie costiere spinse le popolazioni a
trasferirsi in centri di altura meglio difendibili.
All'abbandono di Locri corrispose il sorgere di Gerace, che
attraverso il Medioevo e fino al secolo scorso, ereditò le
funzioni di capoluogo amministrativo e religioso dell'intera
zona.
Lungo le coste malariche e spopolate nel XVI secolo sorsero
torri di avvistamento a protezione dalle incursioni saracene:
quella denominata Torre di Pagliapoli o Paleapoli è situata
presso la foce della fiumara di Portigliola, sul luogo
dell'ultimo abitato costiero di età bizantina, ai margini
dell'ormai cancellata cinta muraria della polis magnogreca.
Il 2 agosto del 1806 Giuseppe Bonaparte abrogò le leggi
eversive della "Feudalità", ed il 1° settembre
dello stesso anno ordinò la divisione di tutte le terre demaniali,
costituendo nel Mezzogiorno d'Italia i Comuni, secondo gli
ordinamenti francesi, sorti dalla Rivoluzione. Così, nel
1811, Gioacchino Murat, assegnò al Comune di Portigliola il
proprio territorio di forma rettangolare, esposto tutto a mezzogiorno,
confinante con l'omonimo torrente, con i Comuni di Antonimina
e dell'odierna città di Locri. Oggi oltre metà dell'area della
città antica ricade nel Comune di Portigliola.
Nel XIX secolo sorsero alcuni fondachi costieri in
corrispondenza dei centri di altura, primi nuclei degli
abitati alla marina che ricevettero un decisivo impulso alla costruzione
della ferrovia ionica, avvenuta intorno al 1875. La Marina di
Gerace si sviluppò quindi ai piedi del centro medioevale,
circa 3 Km. più a Nord del sito della città antica. La sede
comunale e il tribunale furono trasferiti da Gerace Superiore
a Gerace Marina nel 1880; nel 1905 Gerace Marina divenne
comune autonomo, che nel 1927 assunse il nome di Locri.

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