In quello che più tardi sarà il territorio locrese e nella sua zona più interna, vi sono stati rinvenimenti preistorici come: la stazione neolitica di Prestarona di Canolo, reperti di età eneolitica (ascie-martello in pietra) e dell'età del bronzo.
La fase protostorica dell'età del ferro (IX-VIII sec. a.C.) vide, invece, un notevole sviluppo degli insediamenti indigeni sulle alture che dominano le fascie costiere da posizioni forti per natura. Sugli alti tavolati dalle pendici dirupate in contrada Janchina, nell'immediato retroterra della futura polis greca, a partire dal IX sec. a.C. sorse il più grosso insediamento della zona, probabilmente costituito da vari nuclei distinti di capanne e basato su una economia di tipo agricolo-pastorale.
Quì, sono state individuate le corrispondenti necropoli, distinte in gruppi di tombe a camera scavate nella roccia tenera del dirupo. Questo tipo di tomba, usata come sepoltura collettiva di famiglia o di clan, è diffuso dalla Calabria meridionale alla Sicilia orientale: è uno degli elementi culturali che lega le popolazioni pregreche delle due aree e che spiegano il nome di Siculi dato da vari storici greci agli indigeni della Calabria Meridionale.
Nei cospicui corredi funerari si segnala la consistente presenza di armi in bronzo e ferro che sottolineano il rilevante ruolo sociale dei guerrieri e le esigenze difensive di queste popolazioni, già dimostrate dalla scelta di siti elevati per gli abitati.
Tuttavia nei corredi funerari, tra il 730 e il 720 a.C., insieme alle consuete ceramiche di tradizione indigena, compaiono vasi dipinti, di produzione coloniale o forse addirittura locale, che imitano strettamente le ceramiche con decorazione geometrica in quel periodo prodotte in Grecia, nell'isola di Eubea.
E' questo l'evidente segno che pacifici contatti commerciali (finora non attestati in questa forma per altri centri dell'età del ferro calabrese) dovevano essere intercorsi tra gli indigeni di Janchina e i mercanti greci dell'Eubea.
Questi d'altronde, fin dalla prima metà dell'VIII sec. a.C. raggiungevano, seguendo le rotte percorse anche dai Fenici e da altri navigatori greci, i più antichi stanziamenti commerciali greci nel Tirreno, come Pithecusa (l'attuale Ischia), base per l'approvvigionamento dei metalli in Etruria e in Sardegna, mentre nella seconda metà dell'VIII sec. a.C. movimenti sempre più intensi si svolgevano con le colonie euboiche della Sicilia orientale e dello Stretto di Messina.
Per questi navigatori la Calabria era una sorta di ponte sospeso al centro del Mediterraneo, un avamposto lanciato tra Oriente ed Occidente. La sua costa orientale veniva chiamata Calonbrio (ovvero "il paese da cui scaturisce ogni cosa buona").
Con l'aumentare dei traffici marittimi, greci di varia origine sostarono presso Capo Zefirio (così chiamato perchè la sua alta rupe proteggeva da Zefirio, il vento di Occidente; oggi Capo Bruzzano), sviluppando i contatti con gli indigeni della zona.
Successivamente, in questa zona sbarcarono i coloni locresi, che quì si accamparono, prima di andare a fondare qualche anno dopo la città più a Nord, sul colle Esopis. La polis fu detta: “hoi Lokroi hoi epizephyrioi”, è una forma plurale che corrisponde al nome degli abitanti, cioè “I Locresi che abitano presso lo Zefirio”.
Nell'arco di un trentennio, entro la fine dell'VIII sec. a.C., ebbe seguito la colonizzazione greca, ad opera principalmente di popolazioni: Achee (Sibari, Crotone, Metaponto), Calcidesi (Naxos, Zancle, Reggio, Catania, Leontini), Corinzie (Siracusa), Iaconiche (Taranto), Ioniche (Siris).
I coloni viaggiavano organizzati in gruppo (in greco apoikia = emigrazione) erano guidati da un capo detto ecista (oikistes), che aveva, tra gli altri, l'importante compito di organizzare e stabilire i culti della nuova comunità, nei quali tutti i coloni potessero riconoscersi, assicurando coesione alla nuova polis sotto la protezione della divinità.
I Locresi, condotti da Evante, partirono dalla Locride, povera e montuosa regione della Grecia centrale, decisi ad impossessarsi di un territorio adatto all'agricoltura, sul quale insediarsi stabilmente.
Già gli antichi erano discordi se i coloni provenissero dalla Locride Occidentale (Opunzi), affacciata sul golfo di Corinto, o dalla Locride Orientale (Ózoli), sul mare Egeo, dove era la città di Naricia, mitica patria dell'eroe omerico Aiace Oileo e centro delle tradizioni dell'aristocrazia locrese, trasferite almeno in parte nel nuovo centro coloniale.
Durante il primo soggiorno al Capo Zefirio i Locresi strinsero probabilmente patti di pace con le popolazioni indigene ma decisero ben presto di violarli. Secondo quanto ci tramanda Polibio infatti, i Locresi si sarebbero impegnati con gli indigeni in un giuramento di convivenza pacifica “finché avessero calpestato la stessa terra e portato la testa sulle spalle”, ma avendo nascosto all'atto del giuramento terra ,di madre patria, nei calzari e teste d'aglio, sulle spalle, una volta eliminatele ritennero di poter violare i patti senza risultare spergiuri.
Essi infatti, presto resisi conto che il tratto di costa ai piedi dell'abitato indigeno di Janchina, circa 25 Km. più a nord, era assai più fertile e ricco d'acque che le colline argillose intorno a Capo Zefirio, invocarono rinforzi dopodiché fronteggiarono l'attacco agli autoctoni, i quali furono sconfitti.
I Locresi, daltronde, limitarono lo scontro militare al solo insediamento di Janchina, mentre i villaggi un poco più lontani dalla nuova polis furono risparmiati e ben presto inseriti in una rete di contatti e di scambi, presumilbilmente volti ad acquisire alla nuova colonia le materie prime e le risorse dell'entroterra ancora controllato dagli indigeni (legname, prodotti della pastorizia, forse anche metalli).
Il rapporto con gli indigeni appare quindi duramente coflittuale solo nel momento in cui i Locresi si impossessano del sito definitivo della polis. Subito dopo, le relazioni con le popolazioni indigene ripresero in modo pacifico ma la documentazione archeologica indica che gli indigeni si adeguarono progressivamente ai prestigiosi modelli di vita proposti dai greci, la cui comunità risultò assai più avanzata, articolata ed efficiente quanto ad organizzazione sociale, economica, militare, produttiva. I dati archeologici evidenziano che nell'arco di circa 150 anni la cultura indigena venne completamente asssorbita da quella greca dominante.
Mentre l'apporto etnico fornito da individui di origine indigena alla nuova comunità coloniale dovette essere senz'altro significativo, sembra invece assai limitato l'apporto culturale.

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